LA DIETA IPERPROTEICA

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Negli ultimi anni, tra le più comuni strategie nutrizionali adottate nell’ottica della perdita di peso, è divenuto sempre più diffuso il modello iperproteico, abbracciato molto spesso senza alcuna reale necessità e con noncuranza degli effetti collaterali che ne derivano.

Ammaliati dalla rapidità con cui si realizza il calo ponderale rispetto ad una normale dieta bilanciata ed equilibrata, come ad esempio quella mediterranea, molte persone, desiderose di buttar giù qualche kg di troppo, si sono rifugiate in questa impostazione dietetica che prevede un apporto di proteine pari a 1,8-2,2g\kg di massa corporea, invece delle raccomandazione dell’OMS e del Ministero della Salute di 0,8-1,2 g\kg di massa corporea in grado di soddisfare già così il 15-20% del fabbisogno giornaliero personale. Inoltre, in concomitanza a questa tendenza dell’esaltazione del modello proteico si è assistito ad una demonizzazione assurda e “favolistica” dei carboidrati. Occorre far chiarezza e fornire una visione obiettiva su ciò che realmente viene proposto dalla realtà commerciale e dalle tendenze del momento in questa eterna corsa che vede la “magrezza” al traguardo, dimenticando troppo spesso che la dieta dovrebbe nutrire la salute e non le patologie!

All’interno del nostro organismo, le proteine rivestono una funzione plastica, ovvero sono coinvolte nella costruzione e mantenimento delle strutture cellulari dei tessuti, mentre solo marginalmente vengono utilizzate come combustibile per fornire energia, situazione che si verifica nel caso di sforzi fisici o di digiuni prolungati. Quando mangiamo solo (o principalmente) proteine quest’ultime devono svolgere anche fini energetici, che spetterebbero invece ai carboidrati. Ma usare le proteine per ricavare energia è assolutamente sbagliato: è come avere un bell’anello d’oro con un diamante da un carato e gettare via la pietra preziosa per squagliare l’oro e realizzare un’iniziale! Scherzi a parte, usare le proteine a fini energetici può portare ad alterazioni dell’equilibrio ormonale di insulina e si può facilmente instaurare insulinoresistenza con possibilità di sviluppare la sindrome metabolica e il diabete. Inoltre, le diete iperproteiche dovrebbero essere proibite a tutti coloro che soffrono di problematiche renali e\o epatiche. Quanti realmente fanno gli esami durante questo regime alimentare “forzato” per valutare l’insorgere di eventuali danni per l’organismo? Quello che accade nelle diete ad alto contenuto di protidi è che, escludendo completamente o quasi gli alimenti che sono fonte di zuccheri, quindi cereali e frutta, e privilegiando invece i cibi ad alto tenore proteico e lipidico, si induce il corpo verso lo stato di chetosi. Proprio per questo motivo tali modelli nutrizionali sono conosciuti anche come diete chetogeniche o chetogene, nate in campo medico come terapie di supporto per i bambini che soffrono di epilessia e successivamente adottate come strategia per la perdita di peso nella lotta all’obesità. Eliminando la quota glucidica della dieta, l’organismo cerca di ricavare energia dai lipidi, inutilizzabili cosi come tali dall’organismo, e trasformati quindi in corpi chetonici (acetone, aceto acetato e 3-beta-idrossi-butirrato), di cui l’organismo si può rapidamente servire a fini energetici. Ma anche i muscoli vengono sacrificati per ricavare energia, andando a sviluppare una sorta di autocannibalismo muscolare, o, più scientificamente, autofagia. Se si vuole impoverire il discorso analizzando unicamente l’aspetto della perdita di peso, effettivamente questa impostazione ha successo poiché lo stato di chetosi fa virare il metabolismo verso un maggior utilizzo dei grassi come combustibile energetico e consente l’eliminazione urinaria dei derivati lipidici, poiché sono proprio le urine che provvedono all’espulsione dei corpi chetonici. Inoltre, la presenza di tali sostanze contrasta la sensazione di appetito, determinando quindi una riduzione dell’intake calorico giornaliero (con riduzione nel tempo della velocità metabolica).

Occorre tuttavia adottare un punto di vista che consideri la persona nella sua interezza e complessità.
“Ho perso tanti kg…” Ma di cosa? Certo la bilancia non è uno strumento sufficiente a spiegarlo. Il calo ponderale che si realizza, seppur notevole, si basa su un depauperamento delle riserve di glicogeno e di liquidi e tra gli effetti collaterali, oltre a sindrome metabolica, diabete, affaticamento renale ed epatico di cui si è già discusso in precedenza, possono essere annoverati astenia, alitosi, cefalea, stitichezza oltre ad una diminuzione del metabolismo. Eliminare i carboidrati vuol dire far mancare energie indispensabili, che, soprattutto con il caldo, non dovrebbero venir meno.

Date le numerose controindicazioni va ribadito che il modello alimentare in questione non può essere seguito per molto tempo, e nella quasi totalità dei casi, una volta tornati ad un’ alimentazione sana ed equilibrata, i kg che sono stati persi in tempi ridotti vengano ripresi con altrettanta rapidità, a volte anche maggiore se abbiamo alterato la capacità dell’insulina di legare al suo recettore (evento comune nelle diete chetogene protratte a lungo termine).

Altro aspetto che riscuote particolare interesse è l’influenza del regime iperproteico sulla componente del microbiota intestinale. Ciò che riporta la rivista scientifica Anaerobe è che, a seguito dell’adozione di tale impostazione alimentare, si registri un innalzamento dei markers pro infiammatori e dello stress ossidativo a carico dei colonociti, specie cellulare caratteristica del tratto del colon per l’appunto. Inoltre, è stata riportata anche una variazione dell’assetto del microbioma intestinale, con un aumento della popolazione di Escherichia Coli che accompagna la diminuzione delle specie Prevotella, Akkermansia muciniphila, Ruminococcus bromii e Roseburia rectale, coinvolti nei processi metabolici dei glucidi e nella sintesi degli acidi grassi a catena corta (acido acetico, propionico e butirrico). Venendo meno questa frazione di microbiota, si assiste quindi alla diminuzione di butirrato, il quale è dotato di una notevole funzione trofica per gli enetrociti, specifici sottotipi cellulari intestinali, e di acido acetico e propionico, i quali collaborano nei processi anti-infiammatori. Si registra inoltre anche una diminuzione delle IgG, cellule immunitarie altamente specifiche, in grado di contrastare la proliferazione di specie batteriche patogene.

A favore della non-sostenibilità di questo modello nutrizionale, ci sono anche studi epidemiologici che riportano come bambini obesi o in sovrappeso di età compresa tra gli 8 e ai 13 anni, consumino un quantitativo proteico maggiore rispetto ai loro coetanei normopeso, i quali invece seguono un’alimentazione varia e bilanciata.

Per concludere, nonostante l’approccio nutrizionale rappresentato dalla dieta iperproteica riesca a soddisfare la superficiale esigenza della perdita di peso in tempi brevi, al contempo tale aspetto non è compensato dagli innumerevoli effetti negativi che scaturiscono dall’adesione a questa impostazione nutrizionale a lungo termine. Occorre ricordare, ancora una volta, che l’unico modello alimentare sano è quello che può essere seguito per tutta la vita, ed è rappresentato quindi da una dieta varia, completa ed equilibrata. Se siamo impazienti di ottenere un calo ponderale, inoltre, non basta lavorare sulla riduzione delle calorie “in entrata”, ma bisognerà aumentare quelle “in uscita”: quindi, senza un’attività fisica costante il percorso di dimagrimento sarà sempre in salita!

di Rolando Bolognino

Biologo Nutrizionista in campo oncologico e di prevenzione, esperto in alimentazione sportiva Professore a c. Master in "Scienze della Nutrizione e Dietetica Clinica" presso l'Università degli Studi di Roma Unitelma La Sapienza. Professore a c. Master in "Terapie Integrate nelle Patologie Oncologiche Femminili" presso l'universita Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Responsabile del servizio di Nutrizione Preventiva presso S.I.R.P. (Presidio di Prevenzione Oncologica), Roma. Istruttore Protocolli Mindfulness.


2 commenti

  • Claudia Fedele

    15 Settembre 2019 at 11:09

    Salve dott. Bolognino, la seguo da tempo e anni fa sono stata una sua paziente e a breve ci rivedremo certamente. Voglio chiederle un consiglio sullo spuntino prima di una sessione sportiva. Io di solito mangio un frutto con aggiunta di frutta secca , ma quanto tempo prima?

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    • Rolando Bolognino

      19 Settembre 2019 at 0:07

      Salve, se mangia frutto e frutta secca almeno 75-90 minuti prima. Tuttavia suggerirei una modifica nei giorni in cui si allena : 6-8 pavesini a distanza di 30 -45 minuti, 1 caffè e acqua a piacere. Saluti

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